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Vita e opere > la profezia di Don Ambrogio Grittani e la sua attualità (parte I)



Mons. Cosmo Francesco Ruppi

Commemorazione ufficiale di
Mons. Cosmo Francesco Ruppi
in occasione del cinquantenario della morte
del Servo di Dio don Ambrogio Grittani


Aveva 34 anni don Ambrogio, quando, passando il 23 ottobre per una via di Molfetta, si imbatté in un povero accattone che gli chiedeva l'elemosina. Era uno dei tanti questuanti che la guerra e la miseria avevano prodotto e che sessant'anni fa erano assai più visibili di adesso. Uno dei tanti accattoni della storia, che dette una svolta al giovane professore di latino che, fresco di laurea in lettere classiche presso l'Università Cattolica del S.Cuore a Milano, era stato chiamato a insegnare nel Pontificio Seminario Regionale di Molfetta.
Chi vi parla fu suo alunno per i tre anni di liceo e gli è ancora grato per come apprese la lingua dei Romani sui banchi di scuola, per la sua severità e passione scolastica, ma ancor più per il suo esempio di maestro esemplare, sacerdote appassionato dell'Eucaristia, apostolo dei poveri, grande testimone della carità.
Don Ambrogio aveva la stoffa del docente qualificato. Conosceva il latino e lo sapeva insegnare, coniugando insieme severità e competenza: conosceva la lingua e i classici, la sintassi e la letteratura, e non rare volte tormentava gli alunni con le proposizioni da tradurre, i compiti a casa e in classe, le immancabili sottolineature, più in blu che in rosso, dei frequenti compiti in classe. Con lui, il latino lo si imparava e lo si imparava senza fatica, perché aveva un fare quasi sempre scherzoso, fino alla burla dei buontemponi.
Ma don Grittani non era fatto per la cultura e per la letteratura. All'impulso del giovane docente aveva ben presto sostituito la passione per i poveri e quando io giunsi qui, a Molfetta, ai primi di ottobre del 1947, accolto paternamente da quella perla di rettore che era l'attuale cardinale Ursi, don Ambrogio aveva la testa a ben altro che le catilinarie e le orazioni di Cicerone.
Continuava sì ad insegnare (lo ricordo benissimo!) ma la sua testa era altrove. Veniva a scuola puntuale e austero, come sempre, ma durante i compiti in classe si dedicava a scrivere il suo foglietto Amare, che noi spesso correggevamo nelle bozze e soprattutto meditavamo nelle sue riflessioni e nelle brevi notizie, che solitamente collocava in appendice dello scritto.
Era ancora professore di latino, ma dall'incontro con un mendicante morente di Bitritto, il suo paese natio, abbandonato in una stalla accanto alle bestie, aveva cominciato a volgere lo sguardo al libro più grande e più bello del mondo, il libro dei poveri, la Bibbia di sempre, che ci ha consegnato Gesù.
Le donne del paese, che invocarono il suo aiuto e gli chiesero di benedire il povero morente col capo sotto la paglia, alla quale giovinastri senza scrupolo avevano appiccato il fuoco, erano l'anticipo di quella piccola famiglia di Oblate, che sarebbero divenute la sua eredità più santa e più bella.
Per dieci anni, don Grittani servì contemporaneamente i seminaristi del Regionale, i fedeli della parrocchia del S.Cuore e i poveri di Molfetta, coniugando insieme passione per l'Eucaristia e la Vergine, impegno educativo dei futuri sacerdoti e servizio di carità.
Aveva capito, come dice testualmente, "che 1a società è divisa in due classi: quella dei forti e quella dei deboli, dei felici e degli infelici, quella dei ricchi e quella dei poveri" e per questo aveva deciso di "consacrare la sua vita a sfamare i poveri, confortare gli infelici, sostenere i deboli".
In una lettera che fa parte del suo epistolario, ben raccolto e ordinato dai biografi e studiosi, lasciò scritto che la sua "è la vita avventurosa di un pazzo che vuole prendersi tutto l'amore di Gesù, tutto l'amore degli sventurati della terra, tutto l'amore delle anime che sono odiate, oppresse, schifate, e continuamente lotta, perché lui per primo scherza, si lascia rincorrere e quando sto per afferrarlo si distanzia" (lett. n. 12).
La passione di don Grittani per i poveri non nacque il 23 ottobre 1941, nell'incontro con l'accattone molfettese, ma era già presente nel suo cuore sin dal giorno della ordinazione sacerdotale ricevuta il 25 luglio 1931. Quel giorno scrisse alla sorella grande che gli aveva fatto da madre una parola che lascia presagire la sua futura missione verso i poveri: "Divenuto sacerdote - scrisse - mi lancerò alla conquista delle anime, dove più buio è il cielo" e aggiunse secco: "Difenderò i diritti di tutti gli oppressi".

 

continua




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