 |

Mons. Salvatore Palese, Mons. Luigi Martella e
Mons. Cosmo Francesco Ruppi
Cominciò così, appena divenuto
sacerdote, il suo apostolato tra i poveri del paese, ma la sua passione
per essi si era già palesata da bambino, quando destinò
ai poveri le monetine vinte per una recita.
Da grande dirà: "I poveri saranno il mio campo di lavoro,
li amerò, li difenderò, consacrerò la mia vita
a santificarli e nobilitarli. Farò loro dimenticare i tormenti
di una vita senza luce e senza speranza. Darò loro casa, affetto
e una serena vecchiaia...".
E' questo il programma della sua vita ed è l'eredità che
ha lasciato non solo alle Oblate e alle Opere da Lui fondate, ma alla
città e alla Chiesa di Molfetta, al Clero e alle Chiese di Puglia.
Gli obbiettivi del Servo di Dio erano due: salvare l'anima dei poveri
e accattoni, ma prima ancora riscattarli dalla miseria, dalla povertà,
dal degrado fisico, morale e sociale.
"Non posso trasformare i poveri in ricchi, ma posso farli tornare
uomini dignitosi" afferma e con questo progetto sociale, spirituale
e pastorale dà il via ad un'opera colossale che, a guardarla
ora, a cinquant'anni dalla morte, ha qualcosa di eroico e di profetico.
Non erano molti, infatti, a quel tempo i preti dediti al riscatto dei
poveri. A pochi passi da Molfetta c'era un altro santo prete, don Pasquale
Uva, che si dedicava ai poveri dementi e folli, che chiamava affettuosamente
"i miei figli" e un po' più lontano un altro prete,
anch'egli legato al Seminario Regionale, mons. Raffaello delle Nocche,
il vescovo che dette tutto se stesso per il riscatto della diocesi di
Tricarico e della vicina Basilicata.
Questi santi preti e santi Vescovi, con austerità di vita, severità
di costumi e vigoroso impegno sociale rappresentano la ricchezza della
nostra storia, una ricchezza alla quale ha recato il suo perspicuo contributo
lo stesso mons. Tonino Bello, di cui recentemente abbiamo ricordato
l'ottavo anniversario della morte.
Don Ambrogio non conosceva l'espressione "Chiesa del grembiule"
che ha reso famoso il presidente di Pax Christi, perla fulgida dell'episcopato
pugliese di fine secolo, ma visse col grembiule ai fianchi per servire
i poveri. Lo ricordo sempre con lo stesso cappotto, le scarpe vecchie,
il fare dimesso del povero contadino che dedica la sua vita ai figli,
ai figli poveri. Lo ricordiamo ancora tutti pensoso e triste: aveva
sulle spalle la tristezza e la sofferenza dei suoi poveri.
Erano anni duri gli anni '40, gli anni della guerra e del dopo guerra,
quando non c'erano le provvidenze sociali di oggi, non c'erano pensioni,
neppure minime, non c'erano i centri sociali, non c'era la Caritas,
le organizzazioni di volontariato, la sensibilità sociale dei
giorni nostri. C'erano solo le chiese, da sempre rifugio dei poveri
e dei peccatori; c'erano le sagrestie, la sagrestia del S.Cuore di Molfetta
e c'erano soprattutto i marciapiedi delle chiese, che rappresentavano
l'unico salotto dei poveri accattoni.
Le folle dei poveri, però, non si contavano più. La parola
di Leone XIII della Rerum novarum: "i ricchi diventano sempre più
ricchi e i poveri sempre più poveri" era ancora vera, come,
purtroppo, nonostante il progresso civile ed economico, lo è
ancora oggi. Il Servo di Dio conosceva le encicliche sociali più
della letteratura latina. Era stato allievo di Olgiati e di Gemelli
e aveva respirato nella Cattolica i fermenti della nuova sociologia
cristiana. Ma non si fermò a scrivere trattati, a fare filosofia
della religione, a discutere sull'attualità del marxismo e cristianesimo.
Alla teoria sociale, sostituì la prassi cristiana del servizio
e si mise in testa che la redenzione dei poveri deve partire dall'interno
del loro stesso cuore. Per questo, più che protestare, contestare
(cosa sempre facile, per i parlatori della Chiesa dei poveri) si dette
da fare per cambiare cuore, testa e vita dei poveri, istituendo la mensa
dei poveri, fatta non solo di pasti caldi, ma anche di catechesi, istruzione
cristiana, preghiera, sacramenti.
La pulizia degli abiti e il cambiamento di abitudini diveniva, per lui
e i suoi primi collaboratori, la strada per portare le anime a Cristo.
La sua più perspicace biografa, Rosa Tarantini, che ha letto
in profondità la sua storia di prete e di santo, ha scritto che
"curò le anime con conversazioni religiose, con la frequenza
ai sacramenti e con varie pratiche di pietà" e che la sua
pedagogia fu innanzitutto la pedagogia del padre buono che "istilla
i principi della convivenza tollerante, la sacralità del lavoro,
al quale avviò i più giovani e in buona salute, per sottrarli
alla strada e all'ozio, e, insieme azione sociale di risanamento".
|
|