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Mons. Luigi Martella e Mons. Cosmo Francesco Ruppi
Il 7 ottobre dell'anno santo 1950 - l'ho
ricordato sopra - finalmente inaugura l'Opera che è accanto al
Seminario Regionale, l'oasi della carità, come la chiama, costruita
con tufi, cemento e Ave Marie con quel famoso piano decennale, di cui
spesso ci parlava in classe e che consisteva in un aiuto mensile, per
dieci anni, che i suoi benefattori davano per realizzare la prima grande
casa per la terza età.
In questa Casa, oggi sede centrale dell'Opera e casa madre delle altre
case di Terlizzi, Maruggio, Roma, Acquarica e Zheja in Albania, il Servo
di Dio visse pochi mesi, appena sette, prima di essere chiamato al premio
dei giusti.
La sera della inaugurazione della grande casa dell'Opera eravamo presenti
tutti i seminaristi: c'ero anch'io, ricordo il punto preciso del giardino
ove era il mio corso, il primo anno di teologia. Tutti ci stringemmo
attorno al nostro professore per salutarlo, osannarlo, ma egli non ci
dette retta. Il suo sguardo era tutto per i poveri, gli ospiti privilegiati
di quella nuova dimora. "Ho toccato il cielo col dito!" disse
a tutti quella sera. "Piango di gioia! Non sono stato mai così
felice!". Finalmente i suoi poveri avevano una casa degna dei signori,
perché - ripetendo e parafrasando la parola di un altro grande
santo della carità, Vincenzo de' Paoli - "i poveri sono
i nostri signori! i poveri sono i nostri padroni!".
Gli ultimi mesi della sua vita sono densi di avvenimenti e segnano la
vita della futura Congregazione. Alle prime oblate raccomanda di non
stancarsi mai di servire i poveri, di tenere gli occhi verso l'Eucaristia
e la corona del rosario in mano.
Le sue lezioni divengono più rare; le assenze per la pesante
e debole salute sempre frequenti. Sono in molti a paventare non lontana
la sua fine terrena.
E lui stesso ne è consapevole, tanto che dice alla sorella Maria,
l'angelo della sua esistenza terrena, di mettere alla sua morte abiti
usati, donando ai poveri quelli nuovi: muore povero, tra i poveri e
da povero, il 30 aprile di 50 anni fa.
Cade una quercia giovane, robusta e forte, ma si erge nella Chiesa un
albero grande, l'albero della carità. La Chiesa di Molfetta,
le Chiese di Puglia perdono un prete, ma acquistano un santo, il padre
dei poveri, dei miserabili, degli accattoni.
Il libretto stampato per questo cinquantenario reca in fondo il programma
di vita delle Oblate, chiamate a servire Gesù nel povero, a farsi
pane spezzato per i fratelli.
Nel progetto di don Ambrogio non ci sono solo gli accattoni, ma anche
i sacerdoti, soprattutto gli anziani, quelli più poveri e abbandonati;
i bambini delle scuole materne, che vuole accanto alle case degli anziani.
Il cuore dell'Opera sono però sempre i poveri, gli anziani soli,
le persone abbandonate, senza famiglia e senza casa.
"Sono il padre di tanti figli - ama ripetere e spesso lo scrive
su Amare - sono il padre di tanti poveri. Se sapeste le emozioni che
provo dinanzi a quei muri, che elevano rapidamente. Mi vengono le lacrime
rosse al cuore, non agli occhi, perché, sappiate, io piango col
cuore e sorrido con gli occhi, secondo la regola fissata per tutti i
dirigenti dell'Opera".
Il 30 aprile di 50 anni fa a Molfetta muore un santo! Ne fummo tutti
convinti durante i suoi funerali, ma più di tutti lo erano i
poveri, le sue giovani figlie che piangevano la morte del padre giovane
e paventavano bagliori incerti e oscuri per il loro stesso futuro. Molti
si domandarono chi avrebbe continuato l'Opera, chi ne avrebbe raccolto
la eredità, ma il Signore sa quello che fa e lui, dal cielo,
non abbandona la sua Opera, ma continua a seguirla ancora di più,
con la preghiera e la intercessione dei santi.
Quarant'anni dopo, il 24 novembre 1990 mons. Tonino Bello, col conforto
del Clero e del popolo, apre il processo diocesano di Canonizzazione
del profeta dell'amore e il 3 maggio 1998 il successore mons. Donato
Negro lo chiude, inviando gli atti alla Sede Apostolica, ove, maturati
i tempi, sarà trattata e discussa la eroicità delle virtù.
La sua glorificazione terrena deve ancora arrivare, ma la sua glorificazione
celeste, lo sentiamo profondamente, è già avvenuta, anzi
è avvenuta mentre egli era ancora in vita, perché sotto
quella zimarra lisa e vecchia, in quelle scarpe, sgangherate e sconnesse,
c'era un santo, il santo della carità, una splendida figura di
prete che questa nobile città ha visto nella sua lunga storia.
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