|
Accordo in si - don Ambrogio Grittani e la sua opera
(copertina)
Accordo in si
don Ambrogio Grittani e la sua opera
di Rosa Tarantini Grittani
Esortata a scrivere una biografia di DON GRITTANI, avevo
risposto diverse volte con un no: ero convinta, allora, che la sua vicenda
terrena non fosse di particolare interesse e, in più, non mi sentivo
"una addetta ai lavori".
Forse, ciò era soltanto un alibi per nascondere a me stessa una difficoltà
di fondo: approfondire una personalità all'ombra della quale ero vissuta
fin dall'età di otto anni, ma che mi era rimasta per molti lati misteriosa,
perché di essa avevo conosciuto soprattutto una dimensione: quella della
severità.
Tale, almeno, mi appariva l'esigenza di zio Ambrogio che io fossi irreprensibile
sempre: avevo la sensazione di essere sottoposta ad un continuo esame.
Il suo brontolare quando, negli anni della guerra, durante le ore di
allarme, tenevo stretta a me la bambola, mi pareva una crudeltà, come
l'altra di dover imparare a memoria i canti dell'Inferno.
"Memoria minuitur..." sentenziava, con quel che segue, e Dio sa gli
sforzi, dopo, per non odiare Padre Dante! Eppure ero la sua nipotina
prediletta; di ciò non faceva mistero.
Per esempio, una volta, stando io lontana da Molfetta, volle che fossero
tolti dalla sua vista tutti i miei giocattoli, perché gli ricordavano
troppo la mia presenza-assenza. Io godevo della fiducia che aveva nella
mia abilità a trovare gli oggetti smarriti o quelli di cui non ricordava
il posto.
Inoltre, se gli occorreva una qualsiasi cosa, come una penna, un fiammifero,
ecc. me la chiedeva a gesti. Intendeva farmi un test di intelligenza?
Non so: per me quello era soltanto un piacevole gioco.
Anch'io gli volevo bene, ma non glielo dimostrai mai, un po' per timidezza,
molto più perché mi sentivo come schiacciata sotto il peso della sua
autorità, tutto sommato soltanto esteriore, con cui, per una sorta di
misterioso pudore, velava i suoi sentimenti.
Questo, però, lo scoprii troppo tardi e mi amareggiò il suo dispiacere
per la mia freddezza.
Che dire poi di zia Maria? Potevo sorvolare sulla sua presenza discreta
e preziosa nella vita di don Ambrogio, la cui esistenza si intrecciò,
completandosi, con quella della sorella? Donna schiva, capace di nascondere
un mare di affetto in una densa cortina di riserbo; questa la sua indole.
Chi la conosceva poco ci rimaneva male, come la bimbetta di terza elementare
che ero io, quando, una sera, le chiesi un bacio prima di addormentarmi,
come faceva la mia mamma, dopo avere rimboccato le coperte.
Quanta sicurezza in quel sentirsi sfiorare appena la fronte! - Bacia
il Crocifisso - risponde severa zia Maria. Rimasi a lungo nella convinzione
di aver desiderato qualcosa di men che corretto.
Con tale bagaglio di sensazioni ed impressioni, mi sembrava impresa
ardua il solo accostarmi a personalità cosi complesse e tanto più narrarne
la vita.
Un piccolo episodio, però, mi aiutò a superare le remore. Qualche anno
fa mi incontrai col dott. Nicola Gargano, amico di infanzia dello zio,
con cui parlai a lungo e dal quale appresi notizie per me poco meno
che sconosciute. Dopo aver visitato la sua tomba, egli mi rivolse una
domanda a bruciapelo:
- Si è mai chiesta perché io abbia conservato le lettere di Ambrogio?
- Per un sentimento di affetto, trattandosi di un'amicizia tanto lunga
e tenace - risposi.
- Si sbaglia - aggiunse.
Non trovavo altri perché e cominciavo ad incuriosirmi.
- Le ho conservate perché ogni volta che ne ricevevo una, mi dicevo:
- Vuoi vedere che di questo passo, Ambrogio finisce sugli altari?
Lo guardai tra sorpresa e incredula. Era l'ultima risposta a cui potessi
pensare. La riflessione dell'amico mi spinse ad approfondire la personalità
e la spiritualità di don Ambrogio attraverso la lettura dei suoi scritti.
Ne riportai una convinzione: durante la sua breve vita egli si era sforzato
di fare soprattutto una cosa: spalancare le porte della sua anima a
Dio, senza opporre ostacoli alla grazia. Ciò che ne seguì: il sacerdozio,
l'apostolato nel vari campi di attività, l'Opera, la vendita dei beni
e, alla fine, l'offerta della sua vita furono la conseguenza logica
e coerente di quella premessa.
Allora, superando le mie perplessità e disponendomi a vincere gli ostacoli
che un lavoro del genere comporta, mi dissi: È bene che si conosca ciò
che il Signore realizza attraverso il SI' incondizionato di creature
umane, nonostante la fragilità e i limiti connaturali. Sono riuscita
a rendere una immagine non troppo dissimile dall'originale? la buona
volontà... ce l'ho messa tutta!
Nel timore di partire svantaggiata dal legame affettivo, mi sono sforzata
di guardare a freddo, con discrezione e rispetto, oltre la soglia dell'anima,
per cogliere ogni elemento utile e sottoporlo ad una analisi oggettiva
e spassionata.
Ho riflettuto sugli scritti di Don Ambrogio, da quelli ufficiali ai
più trascurabili appunti, ho parlato con estimatori e detrattori (pochi
per la verità), con chi lo ha conosciuto e con chi ne ha sentito parlare.
Sul piano umano questa è stata la parte più confortante del lavoro:
tutti sono stati premurosi nel darmi una mano ed io qui colgo volentieri
l'occasione per ringraziarli tutti.
Devo tuttavia notare, con dispiacere, che non sempre è stato possibile
consultare gli Atti ufficiali o i documenti e gli scritti dell'epoca.
Si potrebbe stendere una storia a parte sul lavoro di ricerca e sull'odissea
di materiale prezioso andato perduto o reso irreperibile per incuria
o per scarsa sensibilità degli uomini.
Ho ricostruito anche l'ambiente paesano e le vicende familiari. La pur
rapida presentazione di tali componenti, mentre è come lo sfondo che
conferisce rilievo alle immagini di un quadro, è servita per tentare
di penetrare negli elementi storico-genetici che spiegano la personalità
dell'uomo e la specifica vocazione del sacerdote Don Ambrogio Grittani.
È scaturito il racconto della vita di un uomo dallo strano destino:
a Ceglie del Campo, suo paese natale, è poco conosciuto, in quello di
adozione, Bitritto, è ricordato dagli anziani, a Molfetta, che vide
fiorire la stagione più feconda del suo apostolato, è pur sempre un
forestiero. Ma egli forse non farebbe caso a tanti "distinguo", tutto
preso dal suo ideale di fratellanza con i poveri, nei quali non cessò
mai di scorgere il volto sofferente di Cristo. Perciò, sorrise al povero
prima di parlargli, lo amò prima di sfamarlo.
Queste pagine vogliono essere la storia di quel sorriso e di quell'amore
e un po', anche, il mio modo di chiedergli scusa per non essere mai
riuscita a gettargli le braccia al collo.
|
|